Sulla gestione di terre pubbliche. Percorsi e proposte per un accesso ai terreni demaniali trasparente, sostenibile e popolare.

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Come incentivare il ri-utilizzo di terre abbandonate? Quali i percorsi per giungere ad una reale autodeterminazione delle comunità locali? In un contesto di forte disoccupazione giovanile, è possibile avviare un’attività agricola o gestire collettivamente un terreno abbandonato? Può una proprietà “privata” essere ancora considerata tale se non più utilizzata da tempo?

Sono alcuni degli interrogativi a cui anche la Cooperativa SEEDS ha cercato di rispondere nell’ambito di due interessanti incontri svoltisi tra Roma e Firenze a inizio mese. La rete nazionale “Genuino Clandestino” e la cooperativa agricola Co.r.ag.gio,, promotori delle suddette iniziative, sono tra le più attive realtà impegnate da diversi anni sui temi – tra gli altri – delle autoproduzioni e dell’accesso alla terra. Dall’1 al 3 novembre a Firenze, nella cornice dell’incontro nazionale della rete Genuino Clandestino, si è svolto un confronto tra vari produttori e co-produttori che praticano l’agricoltura contadina e organizzano mercati autogestiti: si è discusso della campagna Terra bene comune, dell’opposizione alla vendita dei terreni pubblici e del loro recupero attraverso un’agricoltura di piccola scala, biologica e organica, fortemente relazionata con le comunità locali.

Il 7 novembre a Roma invece, c’è stato il primo dei quattro seminari del ciclo “coltiviamo il futuro”, sulle modalità di avviamento di un’attività agricola, sul valore sociale dell’agricoltura e sulla legislazione in materia.

La giornata promossa dalla cooperativa Co.r.ag.gio ha avuto l’obiettivo di fornire una panoramica dei soggetti giuridici che possono agire in agricoltura, elencando alcune delle principali fonti di finanziamento e aprendo prospettive sulle disponibilità patrimoniali legate alla risorsa “terre pubbliche”.

Ma cosa si intende per “terre pubbliche” e per “accesso alla terra”?

Precisando che l’accesso alla terra dal nostro punto di vista debba riguardare anche terreni privati abbandonati, un esempio tra i tanti per rispondere a queste domande potrebbero essere i 17 mila ettari di terreni agricoli di proprietà pubblica, (fonte Agenzia del demanio) disponibili per qualsiasi utilizzo nell’area compresa nei confini della Regione Campania. Posto in questo modo, il numero in questione può significare tutto e niente, favorendo anche interpretazioni ambigue e “narrazioni tossiche” come quella della ministra per l’agricoltura De Girolamo quando parla di “valorizzazione e (s)vendita dell’immenso patrimonio di terre demaniali dello stato italiano”: un vero e proprio esproprio di patrimonio pubblico (quindi della collettività) – a favore di banche e finanza speculativa – incredibilmente giustificato come programma di lancio per l’imprenditoria agricola giovanile! Se però lo stesso dato si rapportasse alle numerose criticità tipiche del contesto campano (alta disoccupazione giovanile, urbanizzazione e cementificazione incontrollata, disgregazione del tessuto sociale, inquinamento dei terreni), e alle altrettante “risorse” (nuove generazioni professionalizzate con alto livello di istruzione, spazi verdi coltivabili e abbandonati di proprietà pubblica o privata, crescente domanda di prodotti e servizi di qualità e di prossimità geografica, diffusa coscienza ambientalista), allora la valenza di quel dato numerico, in termini di opportunità, sarebbe ben diversa. In questo caso infatti, immaginando una concessione in comodato d’uso o tramite affitti calmierati a (giovani) disoccupati, si parlerebbe concretamente di:

– diffusione di agricoltura di qualità, comunitaria, organica e di sussistenza;

– generazione di lavoro e auto-reddito attraverso la creazione di nuove imprese agricole (giovanili);

– contrasto alle attività speculative di natura edilizia;

– miglioramento della qualità della vita e dei terreni;

– salvaguardia e manutenzione idrogeologica del territorio;

– difesa contro il fenomeno del land grabbing e il modello di espansione “agroindustriale”;

–  rafforzamento delle reti sociali e comunitarie nel rispetto dei cicli della natura.

Sono tutti obiettivi concreti che produrrebbero quel cambio di paradigma da sempre più parti auspicato, a partire dal “fiume in piena” che ha invaso le strade di Napoli sabato 16, con decine di migliaia di persone a gridare “Stop biocidio” ed esigere giustizia sociale ed ambientale. Ma è davvero possibile raggiungere queste finalità?

La risposta di SEEDS è affermativa e le proposte che seguono ne potrebbero sicuramente agevolare il conseguimento, a partire dal diritto alla terra per i giovani (potenziali) agricoltori:

–          mappatura delle terre abbandonate disponibili su base regionale;

–          connessione tra le diverse vertenze territoriali sensibili al tema;

–          creazione di una rete campana per favorire l’accesso alla terra;

–          iniziative pubbliche volte alla sensibilizzazione;

–          controlli e pressioni sulle amministrazioni locali;

–          occupazione dei terreni (e casolari) abbandonati.

Per amor del vero, a conclusione di questa sintetica (e chiaramente parziale) disamina, è bene ricordare che la vita in campagna non è tutta “rose e fiori”: assieme a quella retorica – per lo più fasulla e creata ad arte dai media – che gira intorno alle realtà rurali viste romanticamente come luoghi idilliaci lontani dagli stress dei grandi centri urbani, esistono tutta una serie di problematiche legate al mondo dell’agricoltura (di natura burocratica ed economica per lo più, tralasciando quelle legate all’asprezza fisica) che solo chi ha preso in mano una zappa può capire. Di fronte a una disoccupazione allarmante e a un bisogno di case, reddito e luoghi di socialità sempre crescente, vedere terre inutilizzate e casolari in abbandono, in attesa di essere svenduti, è inaccettabile!

Giuseppe I. Candela