Il tempo di cambiare rotta

Si sta ormai avviando alla chiusura l’Anno mondiale dell’energia sostenibile per tutti. Proclamandolo, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban-ki Moon chiedeva a tutti gli stati membri di impegnarsi a fondo per accrescere la consapevolezza dei propri cittadini nei confronti della questione energetica e del suo impatto. Ora una cosa è certa: il concetto di sostenibilità, di durabilità e di compatibilità ecologica è ormai inscindibile da qualunque discorso sul futuro. Non possiamo disegnare il futuro che vogliamo senza tenere presente i limiti e le risorse del pianeta che ci ospita. Ebbene, se a determinati livelli istituzionali internazionali e alla pubblica opinione, sempre più informata e consapevole, questo discorso sembra piuttosto chiaro, evidentemente non tutti sono pronti a imboccare il sentiero di un modello di sviluppo che faccia di questi principi il proprio faro. Mi segnalano alcuni amici sardi che nei prossimi giorni dovrebbe approdare in Regione Sardegna un progetto di un’azienda leader nel settore della raffinazione degli idrocarburi, che chiederà l’autorizzazione a scavare un pozzo esplorativo nel comune di Arborea, in provincia di Oristano, per verificare la presenza di un giacimento di gas naturale. Secondo il primo progetto presentato ad aprile e rimandato in Valutazione di Impatto Ambientale, il cantiere del pozzo esplorativo (che dal primo progetto sarebbe profondo 3.000 metri) avrebbe un perimetro grande quanto un campo da calcio; si troverebbe a 400 metri dalle abitazioni più vicine, a 600 dal campeggio comunale e a poco più di 700 dalle spiagge locali. Inoltre il cantiere si collocherebbe a meno di 180 metri dallo stagno di S’Ena Arrubia, Sito di Interesse Comunitario (SIC), Zona a Protezione Speciale (ZPS), inserito nella Convenzione Internazionale di Ramsar fin dagli anni Settanta. Un paradiso del birdwatching grazie alle 65 specie animali che ospita (almeno 6 di queste a rischio di estinzione oltre a una delle più folte colonie di fenicotteri rosa del Mediterraneo) e gestito da una cooperativa di pescatori autorizzata a catturare spigole, anguille e muggini.
A parte la questione legata all’habitat a rischio, il ragionamento che mi pare più stringente è che Arborea è un piccolo paese con un’economia tutto sommato solida ed estremamente radicata alle peculiarità del territorio. Un paese a forte vocazione agricola e di allevamento, con due cooperative lattiero-casearie e ortofrutticole che contano 20.000 bovine, riuniscono centinaia di soci e danno lavoro ad altrettante persone distribuendo i propri prodotti per il 90 per cento in Sardegna. Insomma, un comparto zootecnico considerato un’eccellenza nazionale incastonato in un territorio tutt’altro che depresso. Perché intervenire in un contesto del genere con una industria pesante e impattante come quella estrattiva? Per inseguire quale progresso, in nome di quale futuribile e prospero orizzonte? È questa la questione centrale, prima ancora che la discussione sulle conseguenze delle trivellazioni. Finché il nodo essenzialmente e profondamente politico su quale direzione vogliamo dare al nostro procedere non verrà affrontato fino in fondo non possiamo uscire dall’impasse.
Che senso può avere stravolgere un’economia agricola che funziona, in una regione che è un paradiso del turismo, della cultura e della gastronomia per inseguire un modello industriale che ha già mostrato le sue falle in mezza Italia? Sembra di intravedere un parallelismo con la parabola dell’Ilva a Taranto. L’industria pesante presentata come strumento di emancipazione, come simbolo del successo e della prospettiva di benessere di un territorio e che poco tempo dopo rischia di trasformarsi nel suo nemico più temibile.
Oltretutto gli esempi in tal senso non mancano: basti pensare alla Basilicata e ai danni fatti dall’industria estrattiva nella Val d’Agri e nella Valle del Sauro, danni assolutamente non compensati dai presunti benefici offerti ai cittadini. Ma ribadisco, la questione non è tanto se le compensazioni sotto forma di sconti sulla benzina o sulle bollette siano adeguate o meno, la questione vera è che probabilmente l’?industria estrattiva non è la risposta che serve per uscire da quella che è una crisi del nostro modello di sviluppo. Ci servono nuovi paradigmi che non contemplino più un percorso industriale da secondo dopoguerra. Si sente spesso dire che il petrolio dell’Italia sono la cultura e il paesaggio, e allora non si capisce come mai quando i governi delineano i Ddl Sviluppo ci si trova a fare i conti con liberalizzazioni sui sondaggi petroliferi o sull’industria energetica convenzionale, che facilitano l’attribuzione di permessi di ricerca e concessioni di estrazione, accorciando le procedure burocratiche e la tempistica per la messa in produzione.
È giunto il tempo di cambiare rotta, non possiamo pensare di inseguire il progresso scavando pozzi di petrolio in aree protette o turistiche, di continuare a distruggere il tessuto agricolo e zootecnico che rappresenta l’eccellenza italiana nel mondo in nome di un progresso che inquina, ammala e impoverisce. Non possiamo perdere i nostri contadini e i nostri artigiani se non vogliamo perdere la nostra storia.
di Carlo Petrini – La Repubblica 3.12.2012

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